Friedrich Dürrenmatt è stato tra i più significativi e rioconosciuti autori di teatro del ‘900.

L’autore elvetico ha concepito “Die Panne” in forma di racconto, forme d’arte in cui eccelleva, ma grazie a un impianto narrativo squisitamente teatrale risulta semplice trasportarlo sul palcoscenico. Noi lo abbiamo fatto. La vicenda è geniale e il pubblico la segue con crescente stupore. Dürrenmatt ci invita infatti ad assistere a un sottile e diabolico gioco. Alla domanda che l’autore ci pone -Esistono ancora storie possibili?- non si può che rispondere: esistono, a patto però che a raccontarle sia uno dei massimi scrittori del secolo breve.

Siamo negli anni ’50, e la Sorte ha deciso che la Studebaker, la lussuosa auto su cui viaggia Alfred Traps, un vanesio rappresentante di tessuti, rimanga in panne e che per la riparazione si debba attendere il mattino successivo. Da quel momento molte domande si affollano. Traps, che ha accettato l’insidioso passatempo propostogli dal padrone del tranquillo chalet dove ha chiesto ospitalità per la notte, si è davvero macchiato del raffinato delitto di cui sarà accusato? Chi sono in realtà gli invitati di quella che sembra una sorta di ultima cena? Cosa viene servito nei loro piatti? La silenziosa governante che serve le pietanze e che canta divinamente nasconde forse un segreto? Oppure tutto è solo e davvero un innocuo e sublime divertimento?

Il Destino incombe minaccioso sulla vicenda senza che sia possibile intervenire. Del resto, si premura di ricordarci l’autore, “la fine del mondo potrebbe accadere per un piccolo errore. Per colpa di un semplice guasto, di una banale panne. Non c’è più un Dio che incomba e ci minacci; non c’è più una Giustizia.” A noi non resta che inchinarci davanti alla maestria di Dürrenmatt che ci invita ad assistere al più appassionante dei processi e al più inquietante dei banchetti.

Il nostro allestimento asseconda lo svilupparsi del sottile e perfido gioco, enfatizza l’intrigante crescendo della storia e lascia che fino alla inaspettata conclusione aleggi una indefinibile inquietudine.

Tutti gli interpreti sono mimeticamente calati nei propri ruoli e i continui colpi di scena scandiscono l’incalzare degli eventi, fino al raggiungimento del sorprendente finale concepito da Dürrenmatt.

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C'è uno stupido dentro di me. Devo approfittare dei suoi errori.

 

                            Paul Valéry

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